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Curiosità Pomiglianesi

Quando Pomigliano contava i mestieri: il paese delle mani prima della città-fabbrica

Mar 05 Mag 2026

a cura di Giuseppe Gragnaniello

Se si vuole comprendere davvero la Pomigliano anteriore alla grande trasformazione industriale, occorre partire da un dato semplice e, proprio per questo, rivelatore: prima ancora che paese di stabilimenti, capannoni, officine, palazzine operaie e motori, Pomigliano fu una comunità di mestieri. Una comunità nella quale la vita quotidiana non si reggeva su categorie astratte, bensì su mani riconoscibili, su funzioni precise, su competenze minute e necessarie: chi zappava, chi trasportava, chi ferrava, chi cuciva, chi vendeva, chi curava, chi scriveva atti, chi aggiustava ciò che la povertà non consentiva di sostituire.

La curiosità, in questo caso, non è soltanto folkloristica. È documentaristica. Un elenco dei mestieri pomiglianesi del 1810, tratto dall’Archivio Comunale e riportato da Luigi De Falco in Pomigliano: immagini d’epoca e dettagli, restituisce una vera fotografia economica del paese. La riproduzione online della pagina “Storia di Pomigliano” precisa che il numero che precede ciascuna voce indica l’unità produttiva; ne viene fuori un quadro di 202 unità produttive, distribuite in 38 mestieri o qualifiche.

La prima evidenza, a ben vedere, è quasi brutale nella sua chiarezza: Pomigliano era un paese ancora dominato dalla terra. Nell’elenco compaiono 94 braccianti, ai quali si aggiungono 13 massari, 3 contadini, 1 custode di campagna e 1 gramignaro. Ciò significa che quasi metà delle unità produttive censite coincideva con il bracciantato, cioè con la forma più diretta, più faticosa e più esposta del lavoro agricolo. La terra, dunque, non costituiva soltanto il paesaggio esterno del paese: ne rappresentava la struttura economica, la gerarchia sociale, il ritmo quotidiano, il confine concreto entro cui si muovevano bisogni, speranze e sopravvivenza.

Da questa premessa discende un primo dato identitario: la Pomigliano del 1810 non era semplicemente “rurale” in senso generico; era un organismo produttivo nel quale il lavoro agricolo comandava l’intero sistema dei bisogni. Attorno ai braccianti e ai massari si disponevano, infatti, tutti quei mestieri che rendevano possibile la circolazione delle merci, la cura degli animali, il trasporto dei prodotti, la vita materiale delle famiglie. Non è casuale che l’elenco registri 15 carresi, 3 vetturini, 2 trainieri, 1 corriere e 7 maniscalchi: prima dell’automobile, prima dell’aeronautica, prima della fabbrica, il movimento del paese aveva la forma del carro, dell’animale da tiro, della ruota, dello zoccolo, del ferro battuto.

Il numero dei maniscalchi, in particolare, merita di essere guardato con attenzione. Sette unità produttive legate alla ferratura e alla cura funzionale degli animali da lavoro, in una comunità di dimensioni ancora contenute, indicano che cavalli, muli e asini non erano figure marginali del paesaggio, ma veri strumenti economici. Il maniscalco proteggeva la capacità dell’animale di camminare e, proteggendo quella capacità, custodiva una parte essenziale della possibilità di lavorare, trasportare, raggiungere i campi, condurre merci, collegare Pomigliano ai centri vicini. In quel ferro applicato allo zoccolo vi era, in piccolo, una tecnologia della sopravvivenza.

A questo primo cerchio — terra, animali, trasporti — se ne affianca un secondo, non meno significativo: quello delle botteghe e delle arti manuali. L’elenco del 1810 registra 6 sartori, 6 bottegai, 6 spaccalegna, 2 calzolai, 2 ferrari, 2 bottari, 1 falegname, 2 mannési, 2 pagliaroli, 2 garzoni, 1 parrucchiere e 2 barbieri. In questa costellazione minuta si legge una Pomigliano fatta di bisogni concreti: l’abito da cucire e riadattare, la scarpa da riparare, il ferro da lavorare, la botte da costruire o sistemare, la legna da spaccare, la paglia da trasformare in oggetto utile, la bottega da frequentare non soltanto per acquistare, ma anche per parlare, sapere, incontrare.

Tra queste parole, una delle più belle è “mannese”. Termine oggi quasi uscito dall’uso, richiama il falegname “di grosso”, l’artigiano del legno robusto, spesso collegato alla costruzione o alla riparazione dei carri e delle strutture necessarie al lavoro agricolo e al trasporto. La presenza di 2 mannési accanto ai 15 carresi consente di intuire una filiera materiale: il carro non era soltanto condotto; doveva essere costruito, rinforzato, riparato, mantenuto. Anche questo è un tratto della Pomigliano antica: ogni oggetto importante generava attorno a sé un sapere tecnico e una piccola economia di manutenzione.

Non meno eloquente è il dato degli acquavitai, pari a 7 unità produttive. Il numero colpisce perché rivela una microeconomia del consumo popolare e della socialità minuta. L’acquavite non va letta soltanto come bevanda: essa rimanda alla bottega, alla taverna, al dopo-lavoro, alla conversazione maschile, alla pausa dalla fatica, a quel mondo nel quale il commercio minuto si intrecciava con le relazioni di paese. Accanto agli acquavitai compaiono poi 1 macellaio, 2 pecorari, 2 bottari e 1 sensale di vino: il che restituisce una Pomigliano nella quale il cibo, il vino, il latte, la carne, i formaggi e i contenitori del vino erano già oggetto di mestieri specifici, rapporti economici e competenze riconosciute.

Il sensale di vino, soprattutto, è figura rivelatrice. Egli non è il semplice venditore; è l’intermediario, colui che conosce persone, qualità, prezzi, disponibilità, partite, promesse. La sua presenza dice che anche in un paese agricolo e apparentemente semplice esistevano già mediazioni economiche, reti fiduciarie, conoscenze di mercato. Pomigliano, dunque, non viveva soltanto di produzione immediata; conosceva anche forme elementari, ma reali, di scambio, intermediazione e commercio.

L’elenco conserva, poi, un’altra traccia significativa: quella della cura e della medicina premoderna. Vi compaiono 1 chirurgo e 1 salassatore. Sono due presenze che aprono una finestra su un mondo nel quale il corpo veniva affidato a saperi pratici, rimedi tradizionali, competenze empiriche, consuetudini tramandate più dall’esperienza che dall’istituzione sanitaria moderna. Il salassatore, figura oggi quasi straniante, appartiene a un tempo in cui la cura popolare conservava ancora gesti antichi, spesso accolti dalla comunità come pratiche ordinarie e affidabili.

E, accanto alla zappa, al ferro, al carro e alla bottega, vi era anche la scrittura. L’elenco registra 1 legista, 1 notaro, 1 contabile e 1 aggiunto di polizia. È un dettaglio prezioso, perché impedisce di immaginare la Pomigliano del 1810 come un indistinto villaggio di sola fatica fisica. Anche la comunità agricola aveva bisogno di atti, conti, regole, registri, mediazioni giuridiche, controllo dell’ordine. Il paese delle mani aveva già, in misura essenziale, il suo piccolo apparato di penna.

L’elenco completo, nella sua asciutta forza archivistica, merita di essere riportato: 94 braccianti, 13 massari, 15 carresi, 1 custode di campagna, 7 acquavitai, 3 negozianti, 1 legista, 2 pagliaroli, 1 fonaro, 3 pettinatori, 3 contadini, 6 sartori, 2 fabbricatori, 1 contabile, 2 ferrari, 2 calzolai, 2 mannési, 1 falegname, 1 sensale di vino, 6 spaccalegna, 6 bottegai, 1 parrucchiere, 2 trainieri, 1 chirurgo, 1 cenerentolo, 3 vetturini, 2 bottari, 2 pecorari, 1 gramignaro, 1 aggiunto di polizia, 1 salassatore, 1 viaticale, 1 notaro, 1 macellaio, 2 barbieri, 2 garzoni, 1 corriere, 7 maniscalchi. La sequenza, letta tutta insieme, ha quasi il valore di una mappa: non descrive soltanto lavori, ma bisogni, gerarchie, economie domestiche, relazioni sociali, livelli di specializzazione.

Da tale piattaforma documentale emerge una Pomigliano assai più complessa della formula, spesso troppo comoda, del “paese contadino”. Certo, la terra domina; ma attorno alla terra si muove un sistema di arti, servizi, trasporti, mediazioni, riparazioni, piccole professionalità. La città-fabbrica del Novecento non nasce dal nulla: si innesta su una comunità che già conosceva il valore della manualità specializzata, del lavoro appreso per pratica, dell’oggetto costruito e mantenuto, della competenza riconosciuta dentro la vita quotidiana.

Questo mondo sopravvive anche nella tradizione popolare. Giovanni Sgammato, fondatore dell’associazione di musica e tradizioni popolari ‘A Sunagliera, dedicò alle tradizioni pomiglianesi una parte essenziale della propria attività; tra le sue pubblicazioni figurano Pummigliano ra ‘e ppatane all’apparecchie e Antichi Mestieri di Pomigliano – filastrocche tradizionali. La stessa biografia pubblicata da ‘A Sunagliera ricorda il suo lavoro di recupero di maschere, testi, canti, feste e rappresentazioni legate alla tradizione locale.

Il titolo ra ‘e ppatane all’apparecchie resta, in tal senso, una delle formule più efficaci per raccontare Pomigliano: dalle patate agli apparecchi, dalla terra alla macchina, dal campo alla fabbrica. Non è soltanto un’immagine riuscita; è una sintesi storica. Dice, in poche parole, che la modernizzazione pomiglianese non fu un semplice cambiamento di mestiere, ma una mutazione di paesaggio, linguaggio, identità sociale e destino collettivo. La pubblicazione di Sgammato è richiamata anche in studi dedicati a oralità, scrittura e danza nei canti di Pomigliano d’Arco.

La tradizione degli Antichi Mestieri, del resto, non appartiene a un folklore ornamentale. Essa conserva, sotto forma di rappresentazione, il ricordo di un mondo reale. Nelle filastrocche e nelle rievocazioni compaiono figure come ‘o Parulano, il fruttivendolo; ‘o Stagnaro, che stagnava pentole e padelle; ‘o Canteniere, l’oste; ‘a Pullera, legata all’allevamento e alla vendita dei polli; ‘a Castagnara, venditrice di castagne; ‘a Ricuttara, figura del piccolo circuito dei latticini. Sono personaggi popolari, ma anche funzioni economiche: ognuno custodisce un bisogno, una voce, un gesto, una memoria.

E proprio il gesto è la chiave della vicenda. La Pomigliano antica non va restituita come immagine immobile e pittoresca, perché fu un mondo povero, faticoso, spesso duro, certamente lontano da ogni idealizzazione. Tuttavia, in quel mondo, ogni oggetto aveva un valore perché incorporava lavoro. La sedia non si sostituiva con facilità: si impagliava. Il ferro non si scartava: si ribatteva. La scarpa non si buttava: si risuolava. L’abito non si dismetteva al primo difetto: si rammendava, si stringeva, si allargava, si adattava. La povertà, lungi dall’essere romantica, produceva una disciplina severa del riuso.

I numeri demografici aiutano a cogliere il senso della trasformazione successiva. Pomigliano contava 8.637 abitanti nel 1861, 10.638 nel 1901, 12.006 nel 1921, 13.907 nel 1936; poi, nel pieno della trasformazione novecentesca, passerà a 19.273 abitanti nel 1951, 30.057 nel 1971, sino ai 43.089 del 1991. La curva demografica mostra, con immediatezza, che la Pomigliano dei mestieri agricoli e artigiani apparteneva a una comunità ancora contenuta, mentre la Pomigliano industriale avrebbe prodotto una città socialmente e urbanisticamente diversa.

La grande frattura industriale, tuttavia, non cancella il tema del mestiere: lo trasfigura. Le mani che avevano zappato, ferrato, cucito, costruito botti, condotto carri e riparato scarpe entrarono, in altro modo e con altra disciplina, nel lessico della fabbrica, della meccanica, dell’aeronautica, della specializzazione operaia. La città degli apparecchi non sopprime integralmente il paese delle patate: lo assorbe, lo riplasma, lo conduce dentro una nuova grammatica produttiva.

Una conferma persino simbolica arriva dalle Palazzine Alfa Romeo, costruite per le maestranze della fabbrica aeronautica tra il 1939 e il 1942: recenti ricostruzioni ricordano le 8 stecche di edifici, i 57 palazzi, le formelle in terracotta realizzate dallo scultore Angelo Bertolazzi e dedicate proprio ai mestieri e alle specializzazioni degli operai. Anche la Pomigliano industriale, dunque, sente il bisogno di rappresentarsi attraverso il lavoro manuale specializzato: non più il maniscalco o il carrettiere, ma l’operaio, il tecnico, l’uomo della macchina.

In questa continuità mutata si coglie forse una delle curiosità più autentiche della storia locale. Pomigliano non passa dalla terra alla fabbrica perdendo ogni legame con ciò che era stata. Cambia strumenti, luoghi e parole; conserva, però, una fedeltà profonda al lavoro delle mani. Prima i braccianti, i carresi, i maniscalchi, i sartori, i bottari, i calzolai, i sensali, i salassatori; poi gli operai, i montatori, i meccanici, gli addetti alle officine, i tecnici dell’aeronautica e dell’automobile.

La Pomigliano del 1810, con le sue 202 unità produttive e i suoi 38 mestieri, non è dunque una semplice nota d’archivio. È una piccola radiografia dell’identità cittadina. Racconta che prima della città industriale vi fu un paese operoso, ordinato dalla necessità, dalla fatica e dalla competenza pratica; e racconta, soprattutto, che la modernità pomiglianese non è nata sopra un vuoto, ma sopra una lunga educazione collettiva al lavoro concreto.

Prima degli apparecchi, vi furono le patate.

Prima dei motori, i carri.

Prima degli operai specializzati, i maestri d’arte.

Prima della città-fabbrica, il paese delle mani.

E forse proprio in questa lunga fedeltà al lavoro ben fatto — dalla zappa al tornio, dal ferro del cavallo al metallo della fabbrica, dalla bottega alla linea industriale — sopravvive una parte non secondaria dell’anima pomiglianese.