a cura di Giuseppe Gragnaniello
La toponomastica di Pomigliano d’Arco è assai più ricca di quanto possa apparire a chi attraversi la città con lo sguardo ordinario di ogni giorno. Nei nomi delle sue strade convivono molte Pomigliano: quella agricola delle masserie, delle contrade e degli antichi percorsi rurali; quella religiosa delle chiese, dei santi e delle devozioni popolari; quella nazionale del Risorgimento, della cultura e della memoria civile; quella industriale, segnata dall’Alfa Romeo, dall’aeronautica, dal lavoro operaio e dalla grande trasformazione urbanistica del Novecento.
Questa ricchezza, tuttavia, si comprende davvero solo se lo stradario viene trattato come una materia documentaria. Prima del cartello moderno vi sono le carte; prima della denominazione ufficiale vi sono gli usi, i tracciati, le funzioni, gli slarghi, le cappelle, le masserie, le corti, gli atti comunali, i catasti, le mappe, le delibere. Una strada, difatti, non nasce quasi mai come pura parola: nasce come percorso, come luogo, come funzione urbana, e solo in un momento successivo diventa denominazione amministrativa.
Per leggere la toponomastica pomiglianese occorre allora muoversi tra fonti diverse: apprezzi settecenteschi, carte catastali, documentazione comunale, cartografie storiche, manoscritti locali, atti relativi alla progettazione e alla sistemazione delle strade, delibere di intitolazione, fino agli stradari contemporanei. L’Apprezzo della Terra di Pomigliano del 1750, il Catasto cosiddetto “Borbonico” del 1875-76, le carte ottocentesche, gli atti sulle vie e sugli edifici civili e religiosi consentono di cogliere la città prima che essa assumesse la forma attuale: una Pomigliano fatta di rioni, fronti edilizi continui, corti, palazzi, chiese, cappelle, alvei, orti, masserie e percorsi di collegamento.
Il dato è tutt’altro che secondario. Molte denominazioni odierne, se isolate dal loro retroterra documentario, sembrano semplicemente nomi; reinserite nella loro genealogia urbana, diventano tracce. Alcune vengono dalla funzione del luogo, altre da un uso popolare, altre da un edificio scomparso, altre ancora da una scelta amministrativa o da una stagione politica. Di talché il primo dovere di chi discute di toponomastica cittadina dovrebbe essere proprio questo: prima di conservare, spiegare o sostituire un nome, occorre sapere da dove quel nome provenga e quale memoria abbia finito per rappresentare.
Pomigliano ha avuto anche chi ha guardato a questo tema con attenzione specifica. Per dovere di riconoscenza va ricordato almeno il lavoro di Vera Dugo Iasevoli, autrice del saggio Le strade di Pomigliano d’Arco, che ebbe il merito di considerare lo stradario cittadino come materia storica, urbanistica e culturale, sottraendolo alla banalità dell’elenco amministrativo.
Muovendo da questa consapevolezza documentaria, una curiosità particolarmente significativa riguarda alcune denominazioni ancora presenti nello stradario pomiglianese e legate alla monarchia sabauda: Via Vittorio Emanuele, Via Umberto Primo, Via Principe di Piemonte, Via Duchessa d’Aosta. Quattro nomi che, a prima lettura, sembrano appartenere al medesimo universo simbolico: re, principi, duchesse, titoli dinastici, Casa Savoia, Italia monarchica.
La curiosità nasce proprio da questa apparenza. Quei nomi sembrano omogenei finché restano cartelli. Quando vengono interrogati, ciascuno rivela una propria traiettoria storica, e lo stradario, da elenco muto, diventa quasi un piccolo racconto della lunga transizione italiana dalla monarchia alla Repubblica.
Via Vittorio Emanuele richiama Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. La denominazione rinvia al Risorgimento, all’unificazione nazionale, alla nascita dello Stato italiano unitario. La sua presenza nello stradario conserva una ragione storica evidente, giacché Vittorio Emanuele II appartiene a un passaggio fondativo della storia nazionale. Proprio tale rilievo impone una valutazione seria, immune da automatismi. Una città repubblicana può riconoscere il peso storico dell’Unità d’Italia e domandarsi, con altrettanta serietà, se quel significato debba continuare a essere affidato al nome del sovrano oppure possa essere espresso in forma più ampia, civile e condivisa.
Il caso di Via Umberto Primo conduce il ragionamento su un terreno più delicato. Umberto I fu re d’Italia dal 1878 al 1900, nella fase di consolidamento dello Stato unitario, e molte città italiane adottarono denominazioni analoghe per segnare la propria appartenenza simbolica al nuovo Regno. La sua figura, tuttavia, reca con sé anche le ombre dell’Italia di fine Ottocento: tensioni sociali, repressione dei movimenti popolari, politica coloniale, inclinazioni autoritarie. Per tale ragione, questa denominazione appare particolarmente esposta all’esigenza di un ripensamento, giacché la memoria pubblica, quando resta priva di contesto, finisce talvolta per conservare più l’abitudine del nome che la consapevolezza della storia.
Ancora più sottile è la vicenda di Via Principe di Piemonte. Dietro quel titolo dovrebbe leggersi Umberto II di Savoia, erede al trono con il titolo di Principe di Piemonte, poi ultimo re d’Italia per poche settimane nel 1946. Letta in questa prospettiva, la denominazione racconta il tornante istituzionale che conduce alla Repubblica. La singolarità è evidente: un nome apparentemente dinastico può diventare, se spiegato, una piccola lezione sul 2 giugno 1946. Proprio tale singolarità rende l’eventuale sostituzione particolarmente elegante, perché la città repubblicana potrebbe conservare il senso storico del passaggio istituzionale liberandolo dalla formula dinastica e consegnandolo a una denominazione immediatamente intellegibile, come Via 2 Giugno 1946 o Via della Repubblica.
La vicenda di Via Duchessa d’Aosta richiede un’ulteriore cautela. A prima lettura sembrerebbe la denominazione più aristocratica e più lontana dal linguaggio civile contemporaneo. Se il riferimento è a Elena d’Orléans, Duchessa d’Aosta, dietro il titolo emerge invece una figura femminile legata all’assistenza, alla Croce Rossa, al soccorso nelle calamità, alla storia napoletana e alla mobilitazione sanitaria durante la Grande Guerra. Il valore della persona merita considerazione. Sennonché il nome pubblico resta dominato dal titolo nobiliare, mentre il contenuto più vivo della memoria riguarda la cura, il servizio, la solidarietà, la presenza femminile nell’assistenza. Di talché l’eventuale aggiornamento restituirebbe alla città quel nucleo positivo in forma più chiara, più sobria e più moderna.
Le quattro denominazioni, dunque, hanno una forza curiosa proprio perché non si lasciano ridurre a una formula unica. Una rimanda all’Unità d’Italia; una all’Italia postunitaria con le sue luci e le sue ombre; una al tramonto della monarchia e al passaggio alla Repubblica; una a una figura femminile dell’assistenza e della Croce Rossa. Riconosciute tali differenze, il discorso può compiere il passaggio decisivo: la presenza di una storia dietro il nome non esaurisce il problema della sua permanenza nello spazio pubblico.
Da tale premessa discende una conclusione difficilmente eludibile. Una riflessione organica sullo stradario cittadino appare oggi opportuna, atteso che Pomigliano esprime valori, sensibilità e riferimenti simbolici profondamente diversi rispetto a quelli che avevano ispirato talune intitolazioni del passato.
La questione non consiste nel processare retrospettivamente la monarchia attraverso i cartelli stradali, né nel negare i meriti storici che talune figure certamente conservano. La questione è più seria: verificare se una città repubblicana, democratica, industriale e popolare come Pomigliano debba ancora affidare parte della propria memoria quotidiana a titoli dinastici, oppure se sia giunto il tempo di tradurre quei significati storici in un linguaggio pubblico più coerente con la sensibilità costituzionale contemporanea.
Pomigliano è città della Repubblica, del lavoro, della scuola, dell’industria, dell’associazionismo, della partecipazione civica. È una città che ha conosciuto trasformazioni profonde, che ha prodotto cultura tecnica, identità operaia, mobilità sociale, esperienze educative, energie democratiche. Il suo stradario può custodire la storia monarchica nei libri, nelle schede, nelle targhe esplicative e nei percorsi didattici; la denominazione quotidiana delle strade può invece aprirsi a parole più aderenti alla sua identità attuale.
Una simile operazione richiederebbe garbo istituzionale e precisione amministrativa, giacché la toponomastica non appartiene al terreno dell’improvvisazione simbolica. La legge 23 giugno 1927, n. 1188, tuttora riferimento essenziale della materia, stabilisce che nessuna denominazione possa essere attribuita a nuove strade e piazze pubbliche senza l’autorizzazione del Prefetto, previo parere degli organismi storici competenti. A ciò si affianca il regolamento anagrafico della popolazione residente, approvato con D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, il cui art. 41 dispone che ogni area di circolazione debba avere una propria distinta denominazione, indicata mediante targhe di materiale resistente, prevedendo altresì, in caso di cambiamento di denominazione, l’indicazione anche del nome precedente.
Il dato normativo assume rilievo proprio perché ricorda che il nome di una strada costituisce un dato pubblico stabile, destinato a incidere su residenze, attività economiche, archivi, mappe, certificazioni, recapiti, documenti e abitudini quotidiane. Di talché anche la variazione di denominazioni già esistenti deve essere trattata come atto amministrativo serio, fondato su una deliberazione comunale, su un’istruttoria adeguata, sulla valutazione dei disagi e sull’autorizzazione prefettizia.
Tale cornice rafforza la proposta di adeguamento, perché sottrae il mutamento toponomastico alla logica del gesto propagandistico e lo restituisce alla sua natura propria: scelta pubblica motivata, ponderata, riconoscibile. Pomigliano potrebbe dunque affrontare il tema attraverso un vero piano comunale della memoria urbana, recuperando le delibere originarie, censendo residenti e attività coinvolte, valutando i costi amministrativi, consultando studiosi locali e scuole, individuando le denominazioni più opache o meno radicate, e solo all’esito proponendo eventuali sostituzioni.
In tale prospettiva, un ruolo decisivo potrebbe essere affidato a una nuova generazione di targhe stradali: non semplici cartelli, bensì targhe sobrie, leggibili, curate, capaci di affiancare alla denominazione ufficiale una breve indicazione storica e un QR code collegato a una pagina comunale dedicata. Ogni strada potrebbe così avere una propria scheda digitale, con l’origine del nome, l’eventuale precedente denominazione, la data della delibera, il profilo del personaggio ricordato, immagini d’archivio, bibliografia essenziale e contributi delle scuole o degli studiosi locali.
La previsione regolamentare relativa all’indicazione del nome precedente troverebbe, attraverso le nuove targhe e i QR code, una declinazione più moderna e culturalmente più feconda. Il vecchio nome non sarebbe registrato soltanto per ragioni anagrafiche, ma consegnato a una scheda storica accessibile, capace di spiegare perché quella denominazione esisteva, quale memoria custodiva e per quale ragione la città ha scelto di superarla. Il cambiamento assumerebbe così il sapore della maturazione civile: una eventuale Via 2 Giugno 1946 potrebbe conservare nella propria scheda digitale la memoria della precedente Via Principe di Piemonte; una eventuale Via Infermiere Volontarie potrebbe spiegare il legame con Elena d’Aosta; una eventuale Via Unità d’Italia potrebbe ricordare l’intitolazione a Vittorio Emanuele II e il significato risorgimentale preservato in forma repubblicana.
Da tale metodo discende anche la direzione delle nuove intitolazioni.
La prima direttrice dovrebbe essere costituzionale. Una città repubblicana potrebbe dedicare maggiore spazio a denominazioni come Via 2 Giugno 1946, Via della Repubblica, Via della Costituzione, Via Assemblea Costituente, Via Madri Costituenti. Sono nomi sobri, comprensibili, educativi. Essi non celebrano una parte politica, ma il patto civile comune, la casa giuridica e morale della convivenza democratica.
A ciò si aggiunge la necessità di un riequilibrio femminile. Gli stradari italiani, anche nei centri più attenti alla memoria pubblica, sono stati a lungo costruiti quasi esclusivamente al maschile. Pomigliano potrebbe colmare questo divario valorizzando figure come Tina Anselmi, Teresa Mattei, Lina Merlin, Nilde Iotti, Maria Montessori, Rita Levi-Montalcini, Anna Maria Ortese, Matilde Serao; donne diverse per storia e ambito di azione, accomunate dalla capacità di rappresentare scuola, scienza, letteratura, politica costituzionale, impegno civile, emancipazione democratica.
Sotto altro ma convergente profilo, la città dovrebbe avere il coraggio di pronunciare più spesso i propri nomi. La toponomastica nazionale ha un indubbio valore, ma una comunità matura non può raccontarsi soltanto attraverso figure lontane. Pomigliano dovrebbe interrogarsi sulle proprie personalità civiche: insegnanti, medici, sacerdoti, amministratori, operai, tecnici, imprenditori, artisti, musicisti, sportivi, donne e uomini dell’associazionismo, cittadini che abbiano lasciato una traccia concreta nella vita collettiva. In questo modo lo stradario cesserebbe di essere prevalentemente un repertorio importato e diventerebbe anche autobiografia urbana.
Un ulteriore asse dovrebbe essere quello industriale e sociale. Pomigliano è anche la città dell’Alfa Romeo, dell’aeronautica, dell’Alfasud, delle maestranze, dei tecnici, del lavoro operaio, della fabbrica come grande trasformazione urbanistica e umana. Denominazioni come Via Maestranze Pomiglianesi, Via Lavoratrici dell’Industria, Via Operai dell’Alfa, Via Tecnici Aeronautici, Via del Lavoro Industriale, Via della Città Operaia parlerebbero alla storia concreta del territorio con forza maggiore di molti titoli dinastici ormai consumati dall’abitudine.
La medesima logica varrebbe per la memoria civile e solidale. Se nella figura della Duchessa d’Aosta permane un nucleo di valore legato all’assistenza, quel significato potrebbe essere raccolto e tradotto in denominazioni più universali: Via Infermiere Volontarie, Via Croce Rossa, Via Donne della Cura, Via Soccorso Civile, Via Solidarietà. In tal modo il merito storico verrebbe restituito alla comunità in forma meno aristocratica e più immediatamente comprensibile.
Da queste premesse può discendere un criterio di sostituzione semplice e rispettoso: conservare il significato storico, aggiornare il linguaggio pubblico.
Via Principe di Piemonte potrebbe diventare Via 2 Giugno 1946 o Via della Repubblica, perché il titolo dell’ultimo erede al trono troverebbe compimento nel giorno in cui gli italiani scelsero la Repubblica. Via Umberto Primo potrebbe diventare Via della Costituzione o Via Assemblea Costituente, segnando il passaggio dall’Italia postunitaria segnata da tensioni autoritarie all’Italia dei diritti, delle garanzie e della sovranità popolare. Via Duchessa d’Aosta potrebbe diventare Via Infermiere Volontarie o Via Donne della Cura, conservando il nucleo assistenziale e femminile della figura di Elena d’Aosta e liberandolo dalla cornice nobiliare. Via Vittorio Emanuele II, proprio per il suo collegamento con l’Unità d’Italia, potrebbe essere l’ultima da toccare; essa potrebbe ricevere, in prima battuta, una targa esplicativa accurata, e tuttavia, ove la città intendesse completare coerentemente il percorso, potrebbe lasciare spazio a Via Unità d’Italia, denominazione capace di conservare il significato risorgimentale senza mantenere l’intitolazione dinastica.
La storia resterebbe. Cambierebbe il modo in cui la città la pronuncia ogni giorno.
In fondo, la toponomastica serve anche a dire chi siamo nel presente e quali valori intendiamo consegnare a chi abiterà la città domani. Pomigliano può affrontare questo tema con garbo, con studio, con gradualità, ma anche con una direzione chiara: trasformare alcuni residui dinastici in memoria repubblicana, tradurre i titoli in valori, sostituire l’abitudine con la consapevolezza.
Perché una strada non è soltanto un tratto di asfalto. È una parola affidata alla memoria collettiva.
Ed è forse arrivato il momento che Pomigliano scelga parole più coerenti con la sua storia democratica, sociale e repubblicana.




