a cura di Giuseppe Gragnaniello
Ogni città possiede una biografia visibile e una biografia sotterranea. La prima è fatta di piazze, strade, case, scuole, fabbriche, quartieri, voci, abitudini, memorie familiari e trasformazioni collettive; la seconda, meno appariscente e assai più tenace, è scritta nel suolo, nelle acque, nelle pendenze, nei venti, nella qualità dell’aria, nella struttura fisica del territorio sul quale la comunità ha edificato la propria storia.
Pomigliano d’Arco, da questo punto di vista, è una città molto più complessa di quanto sembri. L’immagine abituale è quella di un centro urbano denso, laborioso, industriale, collocato nel cuore di una delle aree più intense della Campania. Eppure, dietro questa immagine ormai consolidata, esiste una Pomigliano più antica e più profonda: una città di pianura, certo, ma di una pianura delicata; una città apparentemente piatta, ma attraversata da pendenze minime e decisive; una città priva di un grande fiume visibile, ma segnata da acque nascoste, alvei tombati, antiche zone umide, vasche di raccolta e fragilità idrauliche; una città industriale, eppure costruita su suoli vulcanici, figli della lunga storia fisica del Somma-Vesuvio.
La domanda, allora, diventa inevitabile: la Pomigliano costruita e amministrata è stata davvero coerente con la Pomigliano geografica?
La risposta più seria, e forse anche la più utile, è che Pomigliano recava già nella propria conformazione fisica le istruzioni essenziali per essere governata con equilibrio, mentre la città amministrativa le ha decifrate tardi, in modo discontinuo, spesso più per correzione delle criticità che per autentica capacità preventiva. La natura aveva già consegnato alcuni dati difficilmente eludibili: tutelare il suolo, rispettare l’acqua, alleggerire la piana, governare con rigore il traffico, preservare varchi verdi, leggere il vento e la qualità dell’aria come elementi strutturali della pianificazione urbana. La storia della città, invece, si è sviluppata attraverso stratificazioni successive, talvolta razionali, talvolta disordinate, quasi sempre più veloci della capacità pubblica di governarne gli effetti.
Il primo dato da cui partire è la misura ridotta del territorio. Pomigliano è un comune piccolo, poco più di undici chilometri quadrati, e nello stesso tempo densissimo, con una popolazione che supera i trentanovemila abitanti e una pressione abitativa superiore ai tremila residenti per chilometro quadrato. Questo significa che ogni scelta urbanistica, anche quando appare minuta, assume un peso moltiplicato. In un territorio così compatto, una strada congestionata, un’area impermeabilizzata, un parcheggio, un edificio, una piazza senza ombra, un tratto viario privo di alberature, una zona verde sacrificata, una vasca non pienamente valorizzata non restano mai fatti isolati: diventano elementi di un equilibrio urbano già fragile.
La prima curiosità è proprio questa. Pomigliano sembra piatta, e in larga parte lo è, ma non è una superficie neutra. Il territorio si colloca nella grande area della piana campana, in rapporto con la Conca di Nola e con il margine settentrionale del sistema Somma-Vesuvio. Le quote sono modeste, le pendenze deboli, il deflusso naturale delle acque lento. A occhio nudo, camminando per il centro, queste differenze quasi non si percepiscono; nella vita reale della città, invece, esse incidono su tutto: sul modo in cui l’acqua scorre, ristagna o viene raccolta; sul modo in cui il calore estivo si accumula; sul modo in cui le polveri sottili permangono nelle giornate più stabili; sul modo in cui la città dovrebbe progettare strade, verde, sottoservizi e spazi pubblici.
Una città così fatta avrebbe richiesto una prudenza particolare. La sua conformazione chiedeva suoli permeabili, corridoi idraulici, manutenzione costante degli alvei, protezione delle aree depresse, riduzione delle superfici asfaltate non necessarie, verde urbano progettato come infrastruttura climatica e non come semplice ornamento. Chiedeva, soprattutto, la consapevolezza che la pianura, quando viene troppo caricata, smette di essere soltanto una comodità e diventa una responsabilità.
Il tema dell’acqua è forse il più affascinante. Pomigliano, nella percezione comune, non è una città d’acqua. Non possiede un fiume urbano che organizzi il paesaggio, non ha un lungofiume, non ha ponti identitari, non ha una grande narrazione visibile legata a un corso d’acqua. Eppure, nella sua geografia reale, Pomigliano è attraversata da un’idrografia nascosta. L’alveo del Santo Spirito, la vasca di Paciano, l’ex vasca del Carmine, le aree storicamente vulnerabili al deflusso delle acque raccontano una città che ha sepolto buona parte della propria memoria idraulica sotto il tessuto urbano moderno.
La parola “tombato”, in questo senso, è rivelatrice. Un alveo tombato non è un alveo scomparso. È un corso d’acqua sottratto allo sguardo, coperto, incorporato nella città, trasformato in infrastruttura invisibile. La modernità urbana spesso ha creduto che ciò che veniva interrato cessasse di porre domande. L’acqua, invece, conserva una propria ostinazione fisica: se il territorio è fragile, se le pendenze sono deboli, se il suolo viene impermeabilizzato, se le aree di raccolta vengono compresse, essa torna a farsi sentire sotto forma di rischio, di ristagno, di criticità, di manutenzione necessaria.
Da tale premessa discende una prima valutazione amministrativa. Una città che possiede acque nascoste dovrebbe amministrare l’acqua prima dell’emergenza. Dovrebbe rendere leggibili le proprie strutture idrauliche, curare le vasche, proteggere gli alvei, evitare che la crescita edilizia gravi sui punti più delicati, inserire la gestione delle piogge dentro la pianificazione ordinaria e non dentro la sola logica della protezione civile. Il rischio idraulico, in una città come Pomigliano, non è un capitolo separato dalla politica urbanistica: è una delle sue premesse.
A questa geografia dell’acqua si aggiunge la geografia del suolo. Pomigliano è più vesuviana di quanto abitualmente si pensi. Il suo territorio conserva materiali piroclastici, pomici, ceneri, sabbie, tracce geologiche della lunga storia eruttiva del Somma-Vesuvio. Nella rappresentazione quotidiana, Pomigliano è la città dell’industria, dell’automobile, dell’aeronautica, della grande fabbrica, della mobilità operaia e della trasformazione novecentesca. La sua radice vulcanica resta spesso sullo sfondo. Eppure quel suolo ha inciso sulla fertilità agricola, sulla permeabilità, sulla forma della campagna, sulle masserie, sul paesaggio rurale e sulla stessa possibilità di industrializzare l’area.
Anche questo dato impone una riflessione. Il suolo non è una superficie muta, disponibile all’infinito. È un organismo ambientale. Assorbe, filtra, trattiene, raffresca, restituisce. Quando viene coperto, asfaltato, compattato, edificato, perde funzioni che poi la città deve recuperare artificialmente mediante drenaggi, vasche, manutenzioni, impianti, interventi emergenziali. In un territorio ridotto e densissimo, il consumo di suolo non è soltanto un tema ecologico generale: è un fatto immediatamente urbano, sanitario, idraulico e sociale.
La storia di Pomigliano, peraltro, dimostra che la geografia non è stata sempre ignorata. L’insediamento antico, il mondo delle masserie, la trama rurale, il rapporto con la campagna e con le colture esprimevano una forma di adattamento al territorio. Era una coerenza imperfetta, naturalmente, perché nessuna città storica nasce secondo manuali contemporanei di sostenibilità; tuttavia il rapporto fra abitato e campagna era più leggibile, più proporzionato, più aderente alla struttura fisica della piana.
Anche la grande stagione industriale, se osservata senza pregiudizi, possedeva una propria razionalità geografica. Pomigliano divenne luogo dell’industria perché era pianeggiante, accessibile, vicina a Napoli, connessa agli assi di comunicazione, collocata in posizione strategica fra area vesuviana, nolana e acerrana. La pianura consentiva grandi impianti, capannoni, piste, officine, collegamenti ferroviari e viari. La città industriale, quindi, nacque, almeno in origine, grazie alla geografia.
Il problema si è posto quando la razionalità localizzativa dell’industria si è sommata alla crescita residenziale, alla densificazione edilizia, alla pressione automobilistica, alla riduzione progressiva degli spazi agricoli, alla frammentazione del verde, all’aumento delle superfici impermeabili e alla trasformazione di Pomigliano in città di attraversamento. A quel punto la geografia, che aveva favorito lo sviluppo, ha cominciato a presentare il conto.
Pomigliano, infatti, non è soltanto una città abitata. È anche una città attraversata. Ogni giorno riceve, smista, sopporta e restituisce flussi: lavoratori, studenti, automobili, mezzi pesanti, utenti dei servizi, traffico locale e traffico di collegamento. Questa condizione incide direttamente sull’aria. In una città pianeggiante, densa, infrastrutturata e molto sollecitata dal traffico, la qualità dell’aria diventa un indicatore urbanistico prima ancora che ambientale.
Il PM10, da questo punto di vista, non è un numero astratto. È una specie di referto quotidiano della forma urbana. Registra il traffico, le emissioni, il riscaldamento domestico, le combustioni, le attività produttive, la polvere risollevata, la pulizia delle strade, l’assenza o la presenza del vento, l’umidità, la stabilità atmosferica, la capacità della città di disperdere ciò che produce. Quando le polveri sottili restano alte, la città sta dicendo qualcosa su se stessa: sul modo in cui si muove, si riscalda, costruisce, consuma, attraversa e amministra lo spazio pubblico.
Sotto altro ma convergente profilo, la meteorologia locale conferma la delicatezza del quadro. Pomigliano ha un clima mediterraneo, con inverni miti, estati calde e piogge concentrate soprattutto nei mesi autunnali. Il dato, di per sé, potrebbe sembrare ordinario. Diventa significativo quando viene letto insieme alla densità urbana, alla scarsa pendenza, all’impermeabilizzazione e alla struttura idraulica nascosta. Una pioggia abbondante su un territorio agricolo e permeabile non produce gli stessi effetti di una pioggia abbondante su una città asfaltata, edificata e compressa. Allo stesso modo, un’estate calda su una città povera di ombra e di verde non è soltanto una stagione: è una prova di resistenza urbana.
In tale prospettiva, il verde assume un significato ben diverso da quello meramente estetico. A Pomigliano gli alberi, i parchi, le aree permeabili, le fasce vegetate, i giardini scolastici, le piazze ombreggiate e le connessioni verdi dovrebbero essere considerati infrastrutture civiche. Il verde non decora la città: la protegge. Riduce la temperatura, intercetta polveri, assorbe acqua, migliora la qualità dell’aria, offre ombra, produce benessere, attenua gli effetti della densità. Una città che soffre contemporaneamente pressione urbanistica, traffico, calore e criticità atmosferiche non può permettersi di considerare il verde come spazio residuale.
Da questa lettura discende il giudizio sulla risposta amministrativa. Pomigliano ha iniziato, soprattutto negli anni più recenti, a dotarsi di strumenti più adeguati: pianificazione urbanistica, regolamenti edilizi, protezione civile, zonizzazione acustica, monitoraggi ambientali, pubblicazione dei dati sulla qualità dell’aria, procedure emergenziali per le polveri sottili. Sono passaggi importanti, perché indicano una maggiore consapevolezza istituzionale. Tuttavia la coerenza con la geografia non si misura dalla sola esistenza degli strumenti. Si misura dalla loro capacità di cambiare la vita fisica della città.
Un piano urbanistico è coerente con la geografia se limita davvero il consumo di suolo, se rigenera senza riprodurre ulteriore congestione, se trasforma le aree dismesse in occasioni ambientali e non soltanto immobiliari, se protegge i varchi verdi, se restituisce permeabilità, se mette in relazione quartieri, scuole, mobilità e clima. Un piano di protezione civile è coerente con la geografia se non resta confinato alla gestione dell’emergenza, ma orienta la manutenzione ordinaria, la cura degli alvei, la prevenzione idraulica, la conoscenza diffusa dei punti vulnerabili. Una politica dell’aria è coerente con la geografia se non si limita a registrare i superamenti, ma riduce stabilmente le cause che li producono.
Pomigliano, sotto questo profilo, è davanti a una soglia. Ha gli strumenti per comprendere se stessa, ma deve trasformare quella comprensione in governo quotidiano del territorio. La città costruita porta ancora i segni di una lunga stagione nella quale acqua, aria, suolo e clima sono stati trattati come sfondo tecnico dell’urbanistica, mentre oggi si rivelano la sua sostanza più concreta.
La risposta amministrativa, quindi, appare parzialmente coerente e ancora incompiuta. Coerente nella misura in cui riconosce il problema, raccoglie dati, disciplina, pianifica, monitora, aggiorna gli strumenti. Incompiuta nella misura in cui la città reale continua a mostrare congestione, fragilità ambientale, pressione sul suolo, discontinuità del verde, dipendenza dall’automobile e difficoltà nel trasformare la geografia in criterio ordinatore delle scelte pubbliche.
La vera modernità amministrativa, per Pomigliano, non consisterà nel moltiplicare parole come sostenibilità, rigenerazione, smart city o transizione ecologica. Consisterà in qualcosa di più sobrio e più difficile: amministrare la città secondo la sua natura fisica. Ciò significa progettare ogni intervento domandandosi se esso aumenti o riduca la permeabilità, se migliori o peggiori l’aria, se rafforzi o indebolisca la continuità verde, se alleggerisca o appesantisca il traffico, se rispetti o contraddica le pendenze, gli alvei, le vasche, i suoli e la memoria idraulica del territorio.
Forse la curiosità più vera, allora, è che Pomigliano non ha bisogno di inventare un’identità nuova. La possiede già, incisa nella propria geografia minuta e potente: città vesuviana e città di piana, città industriale e città d’acqua nascosta, città compatta e città di attraversamento, città laboriosa e città ambientalmente delicata. Dentro questa identità è già scritto un programma amministrativo.
Governare Pomigliano significa leggerla. Significa comprendere che l’alveo tombato non è un dettaglio del passato, ma una domanda rivolta al futuro; che le polveri sottili non sono soltanto un valore giornaliero, ma il sintomo di una forma urbana; che il verde non è abbellimento, ma infrastruttura; che il suolo non è spazio vuoto, ma funzione ambientale; che la pianura non è soltanto comodità edificatoria, ma responsabilità idraulica; che la posizione centrale non è soltanto vantaggio economico, ma carico infrastrutturale.
Una città si amministra bene quando smette di considerare la propria geografia come una cornice e comincia a trattarla come una regola. Pomigliano, per la sua storia e per la sua conformazione, ha davanti esattamente questa sfida: riconoscere che la città del futuro non nascerà dalla cancellazione della sua geografia, ma dalla capacità, finalmente matura, di ascoltarla.




