A cure di Giuseppe Gragnaniello
Dal Carmine al Municipio, dal Palazzo dell’Orologio alle Salesiane, fino all’Andreina Caiazzo.
Forse non tutti sanno che il Municipio di Pomigliano d’Arco, luogo che oggi identifichiamo immediatamente con l’amministrazione comunale, con gli uffici, con le pratiche, con la dimensione ordinaria e civile della vita pubblica, sorge in realtà dentro una storia molto più antica, più stratificata e, per certi versi, più sorprendente: una storia che fu anche religiosa, conventuale, carmelitana.
È da questo dato, apparentemente minuto e invece rivelatore, che può muovere un diverso modo di guardare il centro della città. Perché Pomigliano non conserva la propria memoria soltanto nelle chiese ancora aperte al culto, nelle fotografie d’epoca, nelle lapidi o nei racconti tramandati dagli anziani; la conserva anche nei luoghi che il tempo ha reso civili, scolastici, amministrativi, sociali, e che tuttavia recano ancora, nella loro origine o nella loro trasformazione, l’impronta di una precedente destinazione religiosa.
Il primo luogo da interrogare con questo sguardo è Piazza Municipio.
La Chiesa del Carmine, secondo la ricostruzione storica locale, nel 1373 era conosciuta con il nome di Santa Croce, verosimilmente in ragione della presenza, proprio nell’area dell’attuale piazza, di una croce bizantina oggi distrutta. Già questo primo elemento consegna alla città una profondità inattesa: prima del Carmine, prima del Municipio, prima della piazza moderna, vi era un segno sacro più remoto, un nome antico, una traccia medievale intorno alla quale la comunità riconosceva e ordinava una parte del proprio spazio.
Dal 1566 al 1806, quel luogo entrò stabilmente nella storia dei Carmelitani. La fonte locale parla espressamente di possesso da parte dell’Università dei Carmelitani, per un arco temporale di circa due secoli e mezzo, dal pieno Cinquecento all’età napoleonica. Il nome “Carmine”, pertanto, non è soltanto una sopravvivenza devozionale o una denominazione ricevuta per consuetudine; è il segno linguistico di una presenza lunga, istituzionale, patrimoniale, religiosa, sedimentata nel cuore stesso della città.
La cesura maturò con le soppressioni degli enti religiosi. Nel 1806 si chiuse la fase carmelitana; nel 1814 il complesso divenne proprietà del Comune, che destinò i locali conventuali a sede municipale. In appena otto anni, il medesimo spazio conobbe una mutazione decisiva: da luogo della vita religiosa a luogo della vita pubblica; da struttura conventuale a sede amministrativa; da presidio del sacro a palazzo della comunità civile.
Da tale passaggio discende la curiosità più forte: il Municipio di Pomigliano non sorge semplicemente accanto al Carmine; sorge dentro una storia che fu anche conventuale.
La descrizione architettonica del palazzo municipale rende questa memoria ancora più concreta. L’edificio, adiacente alla Chiesa del Carmine, viene collegato dalla tradizione a un’ampia struttura denominata Convento del Carmine. Il fabbricato è ricordato come edificio a pianta quadrata, con facciata in mattoni in cotto, sobria, quasi severa; ma il dettaglio più suggestivo riguarda gli accessi: il Municipio presenta due ingressi, dei quali quello più vicino alla chiesa, anticamente principale, conduce a un ampio cortile che sarebbe stato il chiostro del convento, mentre l’altro immette in un atrio voltato, decorato da stucchi, con scala in piperno.
Sono particolari che trasformano la notizia storica in immagine viva. Il cortile del Municipio, osservato attraverso questa lente, non è più un semplice spazio di passaggio: diventa il possibile residuo di un chiostro. La scala in piperno, l’atrio voltato, la pianta quadrata, la facciata in cotto, la contiguità fisica con la Chiesa del Carmine compongono la fisionomia di un edificio che la città utilizza come sede civile, ma che conserva nella propria materia una genealogia religiosa.
Anche la cartografia storica consente di dare corpo a questa stratificazione. Nei richiami al Catasto Borbonico, Cartografia di Pomigliano d’Arco 1875-1876, viene indicata come ben visibile la presenza dell’ex Convento del Carmine, oggi sede del Municipio. Il dato è di particolare rilievo: oltre sessant’anni dopo il passaggio al Comune del 1814, l’antico complesso conventuale risultava ancora leggibile nella forma urbana. La memoria, dunque, non era evaporata in una generica tradizione orale; era ancora iscritta nella città, riconoscibile nella sua struttura, percepibile nella sua morfologia.
A ciò si aggiunge la ricchezza interna della Chiesa del Carmine, che rafforza la centralità identitaria del luogo: la statua lignea della Madonna del Parto, portata in processione ogni prima domenica di gennaio; una tela della seconda metà del Settecento raffigurante la Madonna del Carmine, posta sull’altare maggiore; la tomba di Teresa Strambone, in marmi policromi, anch’essa risalente al Settecento.
Il Carmine, pertanto, si rivela come un luogo nel quale si addensano almeno sette strati storici: la memoria medievale di Santa Croce; la possibile croce bizantina; la lunga stagione dei Carmelitani dal 1566 al 1806; il passaggio al Comune nel 1814; la permanenza dell’ex convento nella cartografia del 1875-1876; la memoria fotografica del primo Novecento; infine la devozione ancora legata alla Madonna del Parto, alla tela settecentesca del Carmine e alla tomba di Teresa Strambone.
Ogni volta che attraversiamo Piazza Municipio, dunque, non attraversiamo soltanto il centro amministrativo della città. Attraversiamo un luogo in cui Pomigliano ha depositato quasi sette secoli di storia, dalla Santa Croce ricordata nel 1373 al Carmine dei Carmelitani, dal convento divenuto sede municipale nel 1814 alle immagini del primo Novecento che mostrano ancora l’antico complesso accanto alla chiesa.
E il Carmine, peraltro, non esaurisce la propria vicenda nella stagione carmelitana.
Dopo la frattura delle soppressioni religiose, la chiesa conobbe un’ulteriore fase, più discreta ma assai suggestiva: quella dei Padri Pisani, appartenenti alla Congregazione del Beato Pietro da Pisa. Nella seconda metà dell’Ottocento essi amministrarono la chiesa e vi riposero le reliquie di Sant’Afrodite.
Il Carmine diventa così un vero archivio di pietra: nello stesso spazio si incontrano medioevo, devozione bizantina, Carmelitani, soppressioni napoleoniche, Municipio, Padri Pisani, reliquie, culto popolare. Un solo edificio, eppure molte Pomigliano sovrapposte.
Accanto al Carmine, un altro luogo consente di leggere la città secondo la medesima chiave: il Palazzo dell’Orologio, affacciato sul Corso Vittorio Emanuele, oggi tra i segni più familiari del centro storico.
Anche la sua storia nasce da una matrice religiosa. Il Palazzo dell’Orologio deriva infatti dal rifacimento dell’antica chiesa di San Rocco, rimasta incompiuta, che sarebbe stata iniziata per adempiere a un voto formulato durante la peste del 1656. L’edificio che oggi associamo all’orologio pubblico, alla misura civile del tempo, alla vita ordinata della comunità, nasce dunque da una paura collettiva e da una risposta devozionale: una città ferita dall’epidemia che cerca protezione nella figura di San Rocco.
Passata l’emergenza, quell’edificio incompiuto mutò destinazione. L’ex chiesa di San Rocco fu ristrutturata e adibita a forno pubblico, tanto che l’intera zona prese il nome popolare di “‘o furno”. Il passaggio è splendido nella sua concretezza: il luogo nato da un voto religioso divenne il luogo del pane; dalla paura della peste alla panificazione pubblica; dalla protezione invocata alla sussistenza quotidiana della comunità.
Il salto decisivo avvenne nel 1844, quando Giuseppe Amalfitano appaltò il progetto che diede al Palazzo dell’Orologio la sua forma attuale. L’edificio assunse allora la funzione civica che ancora oggi lo rende riconoscibile: torre urbana, luogo del tempo comune, segno visibile della vita cittadina.
La struttura si articola su tre livelli: quello inferiore, più severo, con portale incorniciato in piperno; quello intermedio, con la meridiana solare; quello superiore, destinato all’orologio, affiancato da volute decorative e concluso dalla struttura metallica delle campane. Nel corso del tempo, il Palazzo dell’Orologio fu anche sede della Biblioteca Comunale e del corso di laurea in Operatore dei beni culturali dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Se il Carmine racconta il passaggio dal convento al Municipio, il Palazzo dell’Orologio racconta un’altra metamorfosi tutta pomiglianese: una chiesa votiva incompiuta che diventa forno pubblico, poi torre civica, biblioteca, sede universitaria, spazio culturale. Nel primo caso, il chiostro si fa cortile municipale; nel secondo, la chiesa incompiuta si fa pane, orologio, studio, cultura.
Due storie diverse, un medesimo destino: la Pomigliano civile che nasce anche dal riuso della Pomigliano religiosa.
Un ulteriore filo conduce verso via Roma e piazza Garibaldi, dove sorgeva l’antica cappella di San Francesco d’Assisi, nell’area dell’attuale palazzo Municinò. Il culto francescano a Pomigliano risale al XVII secolo e si svolgeva in una piccola cappella tardo-barocca, poi demolita negli anni Sessanta del Novecento, mentre era già avviata la costruzione della nuova chiesa di San Francesco in via Felice Pirozzi.
La vicenda, tuttavia, diventa davvero pomiglianese nei dettagli.
Già nella Santa Visita del 1651, la cappella risultava appartenere alla nobile famiglia Daniele; nel 1683, con atto del notaio napoletano Antonio Graziano, Vincenzo Maria Daniele istituì in suo favore un beneficio di cinquanta ducati annui, oltre ad altri dieci ducati ogni cinque anni per manutenzione e arredi. Successivamente, per effetto delle disposizioni testamentarie dello stesso Daniele, quel patrimonio passò ad Andrea II d’Alessandro, futuro duca della Castellina in Molise.
Poi la piccola storia pomiglianese si allarga fino a Napoli.
Il 20 giugno 1750, come risulta dall’inventario dei beni tratto dal Fondo Monasteri soppressi dell’Archivio di Stato di Napoli, il duca della Castellina vendette tutti i suoi beni al Monastero di San Gregorio Armeno di Napoli per 15.300 ducati. Con quella vendita, il diritto di patronato sulla cappella pomiglianese di San Francesco passò alle suore del monastero, le quali assegnarono il beneficio dei cinquanta ducati annui al sacerdote Gaetano Borrelli, con l’obbligo di celebrare sei messe ogni settimana. Essendo Borrelli forestiero, l’incarico fu esercitato, in sua vece, dal sacerdote pomiglianese don Antonio De Falco.
Il dato è prezioso, perché restituisce una Pomigliano assai meno periferica di quanto talvolta si immagini. Una piccola cappella del paese, collocata tra via Roma e piazza Garibaldi, era inserita in una rete religiosa, economica e patrimoniale che arrivava fino a uno dei grandi monasteri femminili napoletani. Le suore, in questa vicenda, amministravano beni, rendite, benefici, obblighi liturgici e diritti di patronato.
Vi è, inoltre, un ulteriore dettaglio: fino al 1751, la cappella di San Francesco risultava ancora affidata alle suore della Chiesa di San Liborio di Napoli. In pochi metri di Pomigliano si intrecciano, dunque, famiglie nobili, notai, ducati, sacerdoti locali, monache napoletane e obblighi di culto.
Poi arrivò la grande cesura delle soppressioni napoleoniche. Tra il luglio 1806 e il marzo 1815, numerosi ordini religiosi furono soppressi, conventi e monasteri vennero chiusi o ridotti, e i loro beni furono incamerati. I beni che San Gregorio Armeno possedeva a Pomigliano non furono restituiti neppure dopo la Restaurazione borbonica e restarono affidati, in attesa di destinazione, al sindaco del Comune.
Da quel momento la cappella di San Francesco entrò in una vicenda quasi romanzesca. Ridotta in condizioni tali da impedire le pratiche di culto, fu colpita da interdetto ecclesiastico dopo la visita pastorale del 1° settembre 1815 del vescovo di Nola monsignor Vincenzo Maria Torrusio; nel 1828, il Consiglio Decurionale valutò persino di adattarla a carcere, ma l’ipotesi fu scartata per inidoneità del luogo; successivamente l’edificio fu concesso in locazione al cavaliere Emanuele Suarez, che lo utilizzò come deposito e magazzino per la vendita di vino; solo nel 1842, dopo istanze e petizioni dei fedeli, si avviò la restituzione al culto.
È una curiosità pomiglianese nel senso più pieno: una cappella nata per la devozione, passata sotto patronato monastico femminile, incamerata dallo Stato, affidata al Comune, immaginata come carcere, ridotta a deposito di vino e infine restituita alla sua originaria funzione religiosa.
Una piccola costruzione, oggi scomparsa, capace di contenere un intero secolo di storia civile, religiosa ed economica.
Nel Novecento, poi, la presenza religiosa femminile assunse una forma più vicina alla memoria viva della città: educativa, quotidiana, popolare.
Entrano così in scena le Salesiane, o, più propriamente, le Figlie di Maria Ausiliatrice, legate al carisma educativo di Don Bosco.
L’oratorio salesiano di Pomigliano, ubicato in una traversa centrale di via Vittorio Emanuele, a pochi passi dal Municipio, fu per circa sessant’anni un presidio educativo cittadino: gioco, sport, cultura, doposcuola, socialità, formazione dei ragazzi. Nel 2018, la crisi delle vocazioni e le difficoltà economiche ne determinarono la chiusura.
I dettagli rendono la vicenda ancora più viva. La decisione fu comunicata dall’ispettrice regionale delle Suore di Maria Ausiliatrice, suor Mara Tagliaferri, a suor Assunta, che gestiva il convento e la cappella con le sale annesse, il campo di calcio pavimentato e le attrezzature per il gioco, la cultura e il tempo libero. Suor Assunta informò poi don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di San Felice in Pincis. L’ultimo campo estivo fu fissato dal 13 giugno al 14 luglio e le suore rimaste a reggere l’oratorio erano appena quattro, quasi tutte anziane.
La chiusura non rappresentò l’ultimo capitolo. Nel dicembre 2022, il Consiglio comunale diede il via libera all’acquisto dell’ex oratorio, destinato a riaprire con gestione laica come “Villaggio della Solidarietà”. L’immobile fu ceduto alla municipalità per 560.000 euro, a fronte di una valutazione indicata in 680.000 euro, con l’intento di ospitare funzioni originarie come sport, scuola e doposcuola, insieme ad attività per anziani e persone con disabilità.
Il nome “Salesiane”, del resto, è rimasto nella geografia scolastica cittadina. L’Istituto Comprensivo 4 conserva nella propria denominazione “Sulmona-Catullo-Salesiane”, e il sito scolastico censisce un Plesso Salesiane in via Sandro Pertini n. 35.
E poi vi è un’altra presenza femminile religiosa, forse meno vistosa, ma profondamente radicata nella memoria affettiva della città: le suore dell’Andreina Caiazzo.
La scuola materna Andreina Caiazzo prende il nome da una bambina di cinque anni che, negli anni Cinquanta, morì per un male incurabile. La famiglia Caiazzo fece costruire un edificio destinato ad asilo, con una finalità precisa: accogliere gratuitamente anche bambini e bambine meno abbienti del rione delle palazzine. Secondo una ricostruzione giornalistica locale, l’asilo fu gestito dalle suore per oltre cinquant’anni, fino a quando, per carenza di personale, venne restituito al proprietario originario; successivamente fu donato al Comune di Pomigliano d’Arco durante l’amministrazione Michele Caiazzo.
Questa storia possiede una forza speciale, perché nasce da un dolore privato e diventa servizio pubblico. Una bambina morta troppo presto; una famiglia che trasforma il ricordo in opera educativa; le suore che, per più di mezzo secolo, garantiscono cura, continuità e presenza quotidiana; il Comune che raccoglie quel bene dentro la trama civile della città.
Oggi il plesso Andreina Caiazzo si trova in via Terracciano ed è parte della Fondazione Pomigliano Infanzia. La scheda del plesso descrive una struttura con tre aule, sezione primavera, refettorio, cucina, laboratori, cortile esterno e giochi per bambini; per l’anno 2023/2024 risultano indicati 6 insegnanti, 2 educatrici, 4 assistenti infanzia, 2 addetti alle pulizie, 1 cuoca e 1 addetta alla mensa.
La Fondazione Pomigliano Infanzia comprende le scuole paritarie Duchessa E. D’Aosta, Andreina Caiazzo e Gennaro Donato Guadagni, nonché i nidi Buonpensiero e San Rocco, e dichiara finalità di solidarietà sociale con prioritario riferimento al mondo dell’infanzia, specialmente in favore dei bambini in condizioni disagiate.
A ben vedere, tutti questi fili compongono un disegno unitario.
Il Carmine racconta la Pomigliano dei Carmelitani, del convento divenuto Municipio, dei Padri Pisani e delle reliquie di Sant’Afrodite.
Il Palazzo dell’Orologio racconta la Pomigliano della chiesa votiva incompiuta, del forno pubblico, della torre civica, della biblioteca e del tempo comune.
San Francesco racconta la Pomigliano delle monache napoletane, dei ducati, dei benefici, delle sei messe settimanali, dei beni incamerati, delle cappelle trasformate dalla storia.
Le Salesiane raccontano la Pomigliano dell’oratorio, del campo di calcio, del doposcuola, delle quattro suore rimaste a custodire un presidio educativo ormai fragile, poi assorbito nella prospettiva di un nuovo spazio pubblico.
L’Andreina Caiazzo racconta la Pomigliano dell’infanzia, della carità concreta, delle suore educatrici, di una bambina di cinque anni il cui nome è diventato scuola, memoria e servizio.
Cinque luoghi, cinque epoche, cinque funzioni diverse.
Eppure un unico filo: la Pomigliano religiosa che, senza fare rumore, è diventata parte della Pomigliano civile.
Forse è questa la curiosità più bella: Pomigliano non conserva la propria storia soltanto nelle lapidi, nelle fotografie d’epoca o nei racconti degli anziani. La conserva nei nomi che pronunciamo senza più interrogarli; nei cortili che furono chiostri; nelle cappelle che non esistono più; negli oratori dove generazioni di ragazzi hanno giocato, studiato, pregato e corso dietro a un pallone; nelle scuole che portano il nome di una bambina; nei luoghi pubblici nati da precedenti destinazioni religiose.
La prossima volta che passeremo davanti al Municipio, al Carmine, al Palazzo dell’Orologio, in via Vittorio Emanuele o in via Terracciano, potremo forse guardarli con maggiore attenzione.
Perché le città, quando si sanno ascoltare, parlano raramente soltanto al presente.
Raccontano ciò che sono state.
E Pomigliano, in queste storie di conventi, monache, padri religiosi e suore educatrici, racconta una cosa semplice e bellissima: prima ancora di diventare moderna, industriale e amministrativa, è stata anche una comunità educata, servita e attraversata da presenze religiose che hanno lasciato tracce profonde nei suoi luoghi più quotidiani.




