giovedì 3 Settembre 2026 03/09/26
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Curiosità Pomiglianesi

Pomigliano, città di carta: giornali di fabbrica, cartoline, editori e parole digitali

Dom 17 Mag 2026

a cura di Giuseppe Gragnaniello

Quando si racconta Pomigliano d’Arco, il pensiero corre quasi istintivamente alla grande industria: l’Alfasud, l’Aeritalia, i cancelli di fabbrica, le lotte operaie, la trasformazione urbanistica e sociale che, nel corso del Novecento, mutò profondamente il volto di un antico centro agricolo, facendone uno dei luoghi più significativi della modernizzazione industriale del Mezzogiorno.

Accanto a questa storia, nota e imponente, ne esiste un’altra, più laterale e forse più sorprendente: la storia della città che scriveva, stampava, ciclostilava, distribuiva, fotografava, pubblicava, impaginava, raccoglieva abbonamenti, costruiva giornali, faceva circolare idee.

Una Pomigliano di carta.

Carta operaia, sindacale, politica, militante. Carta di volantini, bollettini, giornali di fabbrica, cartoline illustrate, periodici locali, cataloghi editoriali, quaderni per ragazzi, libri specialistici, narrativa indipendente, testate scolastiche e informazione digitale.

Le tracce più antiche, allo stato delle fonti oggi più facilmente verificabili, non conducono a una grande tipografia cittadina settecentesca o a un giornale pomiglianese già nato nell’Ottocento. In quei secoli la carta arrivava soprattutto da Napoli: libri, atti amministrativi, avvisi pubblici, testi religiosi, fogli politici, materiali stampati altrove e poi letti, conservati, commentati anche negli ambienti colti del territorio.

Il primo grande nome da cui muovere il racconto è Vittorio Imbriani.

Scrittore, polemista, studioso di tradizioni popolari, uomo di libri e di giornali, Imbriani collaborò con importanti testate dell’Ottocento e intervenne nel dibattito politico e culturale con una prosa affilata, talora urticante, sempre riconoscibile. È suggestivo pensare che Pomigliano, prima di diventare città-fabbrica, abbia incrociato la figura di un intellettuale che vedeva nella parola stampata uno strumento di battaglia civile: quasi un primo segno di quella vocazione al racconto pubblico che, in forme diversissime, sarebbe poi riemersa nel secolo successivo.

Con il Novecento, difatti, la carta cambia funzione.

La carta diventa fabbrica.

Con l’Alfasud e con l’Aeritalia, Pomigliano produce automobili, componenti aeronautiche, sapere tecnico, occupazione, conflitto sociale, identità operaia; e, insieme, produce parole. Laddove entrano ogni giorno migliaia di lavoratori, tecnici, impiegati, sindacalisti, militanti politici, quadri aziendali e delegati di reparto, nasce un bisogno concreto di informazione interna, di spiegazione, di orientamento, di memoria.

La fabbrica non voleva essere soltanto raccontata dai grandi giornali nazionali, spesso attratti dalle crisi, dagli scioperi, dalle polemiche sull’assenteismo, dalle tensioni sociali o dalle grandi vertenze. Sentiva l’esigenza di parlare con voce propria, di fissare su carta la propria versione dei fatti, di trasformare l’assemblea in testo, il conflitto in argomento, la rivendicazione in racconto.

Nascono così i giornali di fabbrica.

Erano oggetti semplici e potentissimi: talvolta fogli ciclostilati, talvolta periodici veri e propri, distribuiti ai cancelli, letti durante le pause, commentati nei reparti, infilati nelle tasche delle tute, portati a casa, lasciati sulle scrivanie delle sezioni politiche e sindacali. Oggi possono apparire materiali minori; in realtà sono tra le fonti più vive per capire la Pomigliano industriale dall’interno, perché in quelle pagine si trova il modo in cui una comunità di lavoro provava a interpretare se stessa.

Tra i titoli più antichi della stagione Alfasud vi è Compagni, mensile dei comunisti dell’Alfasud, documentato nel settembre 1972. Il titolo è diretto, quasi affettivo, privo di ornamento e tuttavia fortissimo: dichiara subito il proprio destinatario, il proprio ambiente, la propria appartenenza. Appartiene a una stagione nella quale la fabbrica era anche luogo di formazione politica, educazione alla discussione, costruzione di una coscienza comune. Quel foglio serviva a informare, ma soprattutto a riconoscersi.

Nello stesso anno compare Il Lavoro, periodico dei lavoratori socialisti dell’Alfasud, curato dal Nucleo Aziendale Socialista. Il dato è prezioso, perché mostra come la fabbrica pomiglianese parlasse con più voci. Dentro l’Alfasud convivevano culture politiche diverse, sensibilità sindacali differenti, linguaggi non sempre coincidenti: comunisti, socialisti, cattolici democratici, gruppi della sinistra extraparlamentare, delegati sindacali, comitati unitari. La fabbrica era una città dentro la città, e ogni porzione di quella città cercava sulla carta il proprio tono.

Accanto ai periodici più connotati politicamente, vi erano i bollettini direttamente sindacali, meno simbolici e più operativi, ma essenziali nella vita quotidiana dello stabilimento. Il Bollettino d’informazione, curato dal Consiglio di fabbrica Alfasud, risulta documentato nei mesi di maggio, giugno e luglio del 1976; il Bollettino sindacale compare nel novembre dello stesso anno; Informazione sindacale è documentato nel dicembre 1976; L’informatore sindacale risulta nei mesi di febbraio, giugno, ottobre e dicembre 1977.

Dietro quelle intestazioni, apparentemente fredde, scorreva la vita concreta della fabbrica: piattaforme rivendicative, orari di lavoro, premio di produzione, sicurezza, scioperi, trattative, assemblee, rapporti con la direzione aziendale, tensioni tra reparti, questioni nazionali che entravano nel perimetro dello stabilimento. Quei bollettini servivano a ordinare le informazioni, preparare la discussione collettiva, dare ai lavoratori una base comune da cui partire. In una grande fabbrica, l’informazione interna era potere: chi scriveva un bollettino stabiliva una priorità, offriva una lettura dei fatti, organizzava consenso, costruiva memoria.

Il titolo più suggestivo della stagione Alfasud resta però Il Serpentone, periodico del Comitato di fabbrica Alfasud del Partito Comunista Italiano, con uscite documentate nel 1976, nel 1977 e nel 1978.

Già il nome basterebbe a farne una piccola icona della storia editoriale pomiglianese. Il Serpentone evoca la fabbrica lunga, la catena, il flusso degli operai, il corpo collettivo dell’Alfasud, quella massa umana che ogni giorno entrava e usciva dai cancelli e che, attraverso il giornale, provava a darsi una forma, un’immagine, una voce.

Il dato più curioso è che intorno a quel giornale esistevano forme organizzate di diffusione e sostegno. Gli archivi conservano tracce di elenchi di abbonamenti provenienti da reparti come Metrologia e Scocca. Dunque Il Serpentone non era un foglio casuale, distribuito episodicamente e poi dimenticato: aveva lettori, canali interni, una piccola economia di sostegno, un pubblico riconoscibile.

Dentro la fabbrica dell’automobile, tra scocche, misurazioni, linee produttive, attrezzi e rumori metallici, circolava anche un giornale con i suoi abbonati.

Alla stessa costellazione appartiene Il Portello, periodico dei lavoratori dell’Alfa Romeo e poi della sezione di fabbrica del PCI. Il titolo richiamava il luogo simbolico dell’Alfa Romeo milanese e, nel contesto pomiglianese, assumeva un valore quasi genealogico: ricordava che l’Alfasud, pur radicata nel Mezzogiorno, apparteneva a una più ampia storia industriale, tecnica e operaia, che dalla tradizione Alfa arrivava fino alla nuova fabbrica meridionale.

Altra esperienza significativa è Fabbrica & Città, periodico della FLM di Napoli. Quel titolo contiene già una chiave di lettura della Pomigliano novecentesca: la fabbrica non era un corpo separato dalla città, perché produceva reddito, traffico, quartieri, servizi, conflitti, problemi abitativi, nuove abitudini, nuove gerarchie sociali. La città cambiava perché cambiava la fabbrica, e la fabbrica cambiava perché attorno a essa cresceva una città nuova, più complessa, più consapevole del proprio peso politico.

Negli anni Ottanta arriva poi Il Decollo, probabilmente l’esperienza più affascinante e matura della stampa di fabbrica pomiglianese.

Nasce nell’ambiente Aeritalia, come giornale della sezione PCI Aeritalia. Il primo numero è documentato nell’ottobre 1983; nel 1984 e nel 1985 viene indicato come periodico di cultura, politica e vita di fabbrica. Già il titolo segna una differenza. Non richiama la catena, il reparto, il bullone, l’officina. Si chiama Il Decollo. È un nome tecnico e insieme simbolico, perfettamente coerente con la fabbrica aeronautica, capace di suggerire l’idea di una comunità che voleva ragionare di futuro, innovazione, cultura industriale, sapere tecnico.

Secondo le ricostruzioni disponibili, il giornale veniva stampato in tipografia, superò la forma povera del ciclostilato, si autofinanziò anche attraverso la pubblicità raccolta presso attività private di Pomigliano, arrivò a oltre un migliaio di copie, raggiunse una cadenza mensile e fu distribuito capillarmente negli stabilimenti campani del gruppo aeronautico.

La fabbrica, la politica, la tipografia, il commercio cittadino, la cultura tecnica, il territorio: tutto si teneva.

Il Decollo non fu soltanto un foglio di propaganda. Aveva articoli firmati, ospitava interventi esterni, apriva le proprie pagine ai temi dell’azienda, del futuro del comparto aeronautico, delle nuove tecnologie, della ricerca, dell’innovazione, del ruolo dei quadri e dei tecnici. Riservava spazio anche ai libri, al teatro, al cinema, alla cultura.

È questo il dettaglio che lo rende davvero speciale.

In una città spesso raccontata solo attraverso vertenze e conflitti, si pubblicava un giornale di fabbrica che dialogava con il cinema d’autore, con la musica, con la fotografia internazionale, con il teatro, con il pensiero politico, con la cultura nazionale. Le copertine riproducevano fotografie di Henri Cartier-Bresson dedicate agli ambienti del lavoro operaio; sulle sue pagine comparvero firme come Biagio De Giovanni, Giuliano Cazzola e Luigi Compagnone; furono realizzate interviste a personalità come Pino Daniele, Roberto De Simone ed Ettore Scola.

Vi è poi un particolare quasi poetico: alla chiusura dell’esperienza, una parte dei fondi del giornale fu utilizzata per far realizzare, da un artigiano dei pastori di San Gregorio Armeno, una statuina di Pulcinella che leggeva Il Decollo, poi destinata ai collaboratori. Un Pulcinella lettore di un giornale di fabbrica aeronautico: difficile immaginare un simbolo più napoletano, più operaio e più colto insieme.

Il Decollo ebbe anche un’eco oltre i confini cittadini. Una copia veniva spedita alla Direzione nazionale del PCI; la redazione fu invitata a Roma, dove incontrò un giovane Walter Veltroni, allora responsabile della comunicazione; successivamente arrivò anche l’invito di Fabio Mussi a presentare l’esperienza in un convegno nazionale a Pisa. Da Pomigliano, da una fabbrica aeronautica del Sud, partiva dunque un modello di giornale locale e di fabbrica capace di interessare i livelli nazionali della comunicazione politica.

Se Il Serpentone può essere considerato la voce più operaia, compatta e militante dell’Alfasud, Il Decollo appare come la voce più tecnico-culturale dell’Aeritalia. Due titoli, due fabbriche, due immaginari.

La fabbrica dell’automobile richiama la catena, la massa operaia, il conflitto sociale, la questione meridionale industriale; la fabbrica dell’aereo richiama i tecnici, gli ingegneri, la ricerca, gli accordi internazionali, l’aerospazio, l’idea del futuro. I giornali, come spesso accade, raccontano questa differenza meglio di molte analisi sociologiche.

Accanto alla carta operaia e sindacale, Pomigliano conosce anche una forma più silenziosa di editoria dell’immagine: le cartoline illustrate. In questa direzione emerge la pista delle Edizioni F. Scala, ricorrente in diverse raccolte di cartoline storiche pomiglianesi degli anni Trenta, con vedute della chiesa di San Felice in Pincis, di piazze, strade, scorci urbani, luoghi oggi profondamente mutati.

Quelle cartoline erano una forma di editoria locale. Prima dei social, prima dei siti, prima della comunicazione digitale, una città viaggiava anche su una cartolina: una chiesa, una piazza, una strada, una facciata, un pezzo di paese spedito altrove. F. Scala rappresenta così una piccola editoria dello sguardo: non raccontava Pomigliano con lunghi articoli, la fissava su carta e la consegnava alla memoria.

Negli anni Ottanta e Novanta affiorano altri titoli da approfondire. L’Alfabeto Urbano, censito a Pomigliano nel 1986, ha già nel nome un fascino particolare, perché sembra evocare una città che, dopo la trasformazione industriale, cerca nuove parole per leggere strade, quartieri, piazze, fabbriche e mutamenti sociali. Il Cinghiale Bianco, ricordato come giornale di opposizione politica dei primi anni Novanta e ispirato nel titolo alla suggestione musicale di Franco Battiato, rivela invece il tratto della passione politica giovanile, colta, laterale, talora ironica e provocatoria. Metrò, settimanale edito a Pomigliano d’Arco da Papi Press nella seconda metà degli anni Novanta, segnala un passaggio ulteriore: da Pomigliano si provava a costruire un prodotto editoriale rivolto anche a territori più ampi.

La storia editoriale cittadina passa poi dalle case editrici, e il quadro è più ricco di quanto si potrebbe immaginare.

Vi sono le Edizioni Compostellane, con sede a Pomigliano d’Arco, specializzate nella cultura di Santiago di Compostela, nei pellegrinaggi, nelle confraternite, nei Cavalieri di San Giacomo della Spada, nel Codice Callistino, nella letteratura jacopea e negli studi storico-religiosi. È una curiosità notevole: dalla città dell’Alfasud e dell’Aeritalia sono usciti anche libri dedicati a Santiago, ai cammini, alla spiritualità medievale, all’Europa dei pellegrini.

Vi è il Centro Giorgio La Pira, che si definisce piccola casa editrice artigianale nata a Pomigliano nel 1987, con quaderni, giornalini per bambini, collane per ragazzi, pubblicazioni educative e percorsi di formazione civile. Siamo nella microeditoria comunitaria: libri e fascicoli come strumenti di educazione, cittadinanza e attenzione ai più giovani.

Vi è Il Capoverso Edizioni, realtà pomiglianese specializzata in pubblicazioni universitarie, materiali didattici, monografie, manuali, dispense, saggi, atti di convegno, stampa digitale ed e-book. Con Il Capoverso la città entra nella dimensione dell’editoria scientifica e accademica, dove la produzione editoriale diventa servizio allo studio, alla ricerca e alla trasmissione ordinata del sapere.

E vi è Wojtek Edizioni, fondata a Pomigliano d’Arco nel 2018, casa editrice indipendente capace di costruire un catalogo riconoscibile nella narrativa italiana, nella narrativa straniera e nella saggistica letteraria. Il nome stesso, Wojtek, rimanda all’orso bruno siriano adottato dai soldati polacchi durante la Seconda guerra mondiale: un nome narrativo, insolito, memorabile, che già dichiara una scelta editoriale di identità e immaginario.

Accanto a Wojtek va ricordata la Wojtek Libreria, in piazza Giovanni Leone, divenuta presidio culturale, luogo di incontro, discussione e lettura; e, sul versante dell’infanzia e dell’adolescenza, Mio nonno è Michelangelo, libreria indipendente per bambini e ragazzi, punto di riferimento per la lettura infantile, l’educazione e la costruzione di nuovi lettori.

Perché una città cambia davvero quando produce lettori.

Da questa rete nasce anche il FLIP – Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco, che ha portato in città editori, autori, librai, lettori, illustratori, blogger e operatori culturali, raccontando una Pomigliano contemporanea capace di affiancare alla memoria industriale una nuova energia culturale.

Nel frattempo la parola stampata è diventata parola digitale.

Oggi Pomigliano viene raccontata da testate online dell’area vesuviana, nolana e campana, da siti di cronaca territoriale, da pagine social, da piattaforme locali, da blog e da nuove forme di informazione di prossimità. In questo scenario un ringraziamento particolare va a Pomigliano Live, che ospita questa rubrica e consente di dare spazio a un racconto della città fondato sulla memoria, sulle curiosità, sulle storie dimenticate e sui dettagli che aiutano una comunità a riconoscersi.

Anche questa, oggi, è editoria: creare luoghi digitali nei quali una città possa guardarsi, ricordare, discutere, interrogarsi.

La curiosità più recente è forse In Scriptis, il giornale online del Liceo Classico e Scientifico “Vittorio Imbriani” di Pomigliano d’Arco, curato dagli studenti della sezione a curvatura giornalistica e registrato come testata giornalistica. Il cerchio, idealmente, si chiude: nell’Ottocento Pomigliano incrocia Vittorio Imbriani, scrittore, polemista e uomo di giornali; nel Duemila il liceo che porta il suo nome forma studenti alla scrittura giornalistica, alla verifica delle fonti, alla responsabilità della parola pubblica.

Da Imbriani a In Scriptis.

Dalle cartoline F. Scala ai siti online.

Da Compagni a Il Serpentone.

Da Il Lavoro a Il Decollo.

Dai bollettini del Consiglio di fabbrica alle case editrici indipendenti.

Da L’Alfabeto Urbano a Wojtek.

Dai volantini distribuiti ai cancelli alle pagine digitali condivise sui social.

La particolarità della storia editoriale pomiglianese sta proprio in questa costellazione di esperienze diverse: operaie, politiche, fotografiche, religiose, educative, universitarie, letterarie, digitali.

Pomigliano ha avuto una storia industriale imponente.

Ha avuto anche una storia di carta.

E quelle carte — fogli fragili, cartoline ingiallite, bollettini sindacali, giornali di fabbrica, piccoli cataloghi, quaderni per ragazzi, libri specialistici, romanzi indipendenti e testate online — restituiscono una città più viva, più colta, più inquieta e più sorprendente di quanto spesso si immagini: una comunità che, nei momenti decisivi della propria trasformazione, ha sempre cercato una pagina su cui lasciare traccia di sé.